Colori rubati

“La linea del colore” di Igiaba Scego é un romanzo di colori rubati, colori presenti nel cognome della protagonista, Lafanu Brown, e nel suo mondo d’artista; i colori le vengono rubati in una notte di violenza: prima il giallo del suo vestito a brandelli, poi il verde dei sogni e, uno ad uno, il blu, il viola e il rosa, l’amaranto e il ciclamino, per ultimo l’arancione. Lafanu faticherà a recuperare quei colori grazie alla pittura ed anche a ritrovare i sapori dimenticati; lo farà dopo diversi anni e difficoltà, quando raggiungerà l’Italia dove finalmente diventerà una pittrice affermata nonostante la pelle nera. Certo, il colore dominante è proprio quello della pelle: difficile essere donna, nera e artista nella società americana di metà Ottocento poiché, nonostante la diffusione delle idee secessioniste, la mentalità comune guarda con sospetto i neri liberi e ancor di più le donne che devono semplicemente accasarsi. “E Lafanu si aggrappò con tutte le sue forze a quella sua pelle di africana mezza nativa, come se fosse l’unica scialuppa a disposizione nei paraggi.” (p. 41)

Lafanu trova la sua forza nelle altre donne della sua vita: la sorella Timma, la dolce Baby Sue, l’appassionata Lucy, la sua protettrice Betsebea McKenzie con la figlia Hillary, l’insegnante Lizzie Manson; trova la sua forza in quei piedi grandi ereditati dal padre haitiano, piedi fatti per viaggiare. “Una donna che ha viaggiato sola quando il viaggio per le donne in generale e soprattutto per le donne nere era impossibile. Una donna che si è fatta da sé. Attivista, pittrice, ma anche anticipatrice della modernità. Lafanu Brown ha sofferto tanto, ma ha resistito ai colpi della vita.” (p. 327)

Ci sono anche gli uomini in questa storia: un padre mai conosciuto eppure presente, il buon Mulland Trevor ma soprattutto Frederick, l’amore di una vita intera, bello e combattivo, appassionato e gentile; infine Ulisse che, in contrasto con il suo nome da viaggiatore eroico, sa aspettare pazientemente per diventare compagno di una donna finalmente libera dai condizionamenti e dai dolori provocati da chi voleva spezzarla. “Quando pensi che ogni via d’uscita sia chiusa, puoi trovare un amico con un mazzo di chiavi che apre per te il portone della speranza.” (p. 149)

Il viaggio di Lafanu tocca molti luoghi, dalla montagna del Bisonte nei pressi del villaggio natio della tribù Chippewa alla città di Salenius (Salem), da Boston a Londra e Parigi per giungere nell’Italia tanto sognata: quella delle città d’arte, di Firenze e soprattutto Roma dove Lafanu impara dai pittori barocchi, esprime le sue capacità, si fa un nome aprendo un proprio atelier. Quella Roma che la scrittrice definisce come una torta degli sposi perché costruita a strati nel tempo, quella Roma che cambia tristemente nel periodo in cui diventa capitale, quella Roma in cui la protagonista scopre un razzismo che pensava esistesse solo in America. Infine la Somalia intorno alla quale si svolge l’intreccio, la storia parallela e attuale di Leila curatrice d’arte e organizzatrice di una mostra delle opere di Lafanu Brown.

Un romanzo da scoprire e da apprezzare per lo stile ricercato, per il lavoro di studio e ricostruzione storica ben descritto nella postfazione dell’autrice (nata a Roma da genitori somali), per i riferimenti a personaggi realmente esistiti ed a episodi recenti che fanno riflettere sugli errori del passato e sulla situazione attuale.

 


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